(questa pagina è interamente tratta dal mio diario moleskine personale)
Quanti gesti si ripetono con assoluta abitudine. Accendo il computer, apro messenger, apro la posta, controllo facebook. Accendo una sigaretta. Piccoli, insignificanti rituali. Questa sera la dedico al mio defunto papà.
Alcuni giorni fa ho comprato tre libri, di un’edizione che mi piace: nell’ordine Dickens “Il Circolo Pickwick”, Konrad “Capolavori” e Gogol’ “Racconti. Ognuno di questi ha un legame fortissimo con mio padre. Il primo, porta con sé l’aneddoto più forte: da sempre me ne consigliava la lettura, da sempre mi raccontava di quando ancora ragazzo aveva finito un’intera scatola di wafer leggendolo tutto d’un fiato, una notte insonne. Il libro che avevamo era una vecchissima edizione, con tanto di illustrazioni in bianco e nero molto affascinanti. Inutile dire che non l’ho mai letto e che quando è stato il momento di chiudere la bara, visto che mio padre era un lettore instancabile, di quelli che ogni giorno hanno un libro nuovo, spesso e pesante, in mano, e di quelli che rileggono i loro “preferiti” anche decine di volte nell’arco di una vita, ho deciso insieme a mia madre di mettere quella vissuta copia vicino a lui. Perchè nel viaggio avesse il suo libro preferito da leggersi, un libro di cui aveva sempre amato il sottile umorismo (cosa molto vichinga e molto inutile, ma d’effetto. E anche nei momenti tragici è bello fare cose ad effetto: avessi potuto la barca lasciata andare al largo da incendiare lanciando frecce da riva sarebbe stato il rito funerario più adatto).
Konrad me lo consigliava come esempio di stile narrativo, da cui io – a tratti aspirante scrittore – avrei potuto trarre grande giovamento. Non c’è molto di più da dire su di lui… mentre su Gogol’ la storia si fa più complessa. Un paio di sere prima al 21 agosto (giorno in cui mio padre è uscito alle 9 di mattina di casa per andare a lavorare e non è mai più tornato) ho visto con la mia fanciulla un film, che dalla prima visione al cinema un po’ di tempo prima mi aveva lasciato un segno profondo. “Il destino nel nome”, film indiano, assolutamente diverso dal genere di film che normalmente vado a vedere, ma sulle corde di quelle che erano le mie più grandi paure fin da piccolo. Il momento più sublime e tragico del film è l’allontanamento del protagonista da casa, un professore indiano che parte per un congresso, ignorato dal figlio che si fa la sua vita e adorato dalla moglie che non si è mai separata da lui, prima d’allora. Ebbene, solo, in un appartamento squallido, il padre indiano muore di infarto. E dopo un giorno o due a mio padre è successa esattamente la stessa cosa.
La frase ricorrente del film è “siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol”, detta con un accento cantilenante, perfettamente reso dai doppiatori. Non entro nei dettagli del perchè questa frase assuma tanta importanza… ma questa sera l’ho iniziato, l’ho letto, l’ho finito. Ed ho capito tante cose. O meglio, dire che le ho capite è assolutamente sbagliato: le ho sentite. Emotivamente. Sono cose brucianti e fredde al tempo stesso, sono la vertigine di un vuoto e di un’assurdità che la vita ti presenta con una tale naturalezza da non fartele neppure distinguere. E leggendo “Il Cappotto” (nella mia edizione tradotto con il meno popolare “La Mantella”) un turbinio di sensazioni mi ha fatto alzare dal letto e mi ha costretto a scrivere uno sfogo, troppo personale per il blog, troppo forte da poter essere tenuto segreto nel moleskine.
E questo racconto parla proprio di abitudini, di grigio, di vite che scorrono invisibili al mondo (e lo sono quelle di tutti), taglia l’anima con risposte ovvie e con la descrizione delle loro conseguenze su spiriti sensibili, o con la leggerezza di condanne a morte inconsapevoli. Passa in fretta e apre la mente a tanti pensieri, brutti per un certo verso, ma neutri se li si considera per quello che sono: l’inevitabilità.
Ma dà una sensazione di orgoglio, di superiorità, di grandezza… quando si trovano degli scritti in grado di tramsettere tanto e così immediatamente al nostro atrofizzato sentire. E cala il disprezzo su chi non sa leggere in questo modo, si è consapevoli del fatto che nessuno mai potrà essere ugualmente coinvolto, e non importa quanti libri si leggano, quante analisi testuali si siano fatte, quante nozioni si siano immagazzinate. E’ nella grandiosità e purezza delle emozioni che i pochi si elevano sopra i molti, anche solo soffrendo, arrivando dove nessuna somma porta, dove nessuno studio fa accedere, dove nessun successo concreto conta. Là ci siamo noi uomini liberi. Noi uomini vivi che possiamo permetterci qualsiasi incoerenza.